Rivoluzione Monetaria!

FATTI RILEVANTI DELL’UNITÀ D’ITALIA

Il Sud e l’Unità d’Italia.

Dalla storiografia ufficiale alla realtà dei fatti.

Pubblicato su permesso dell’autore: Giuseppe Ressa e del sito detentore dei diritti http://www.ilportaledelsud.org/.

Nota degli autori

La voglia di saperne di più sulla storia del Sud d’Italia, al momento della sua annessione al resto della Penisola, ci è venuta anni fa sulla spinta di movimenti culturali che avevano cominciato a mettere gli avvenimenti nella giusta luce. In realtà, probabilmente, il “tarlo” c’era già nel nostro cervello fin da giovani quando ci chiedevamo: “Ma è possibile che noi meridionali eravamo così arretrati e ci volle l’Unità per salvarci dal baratro? la nostra storia si è fermata ai fasti della Magna Grecia e poi il nulla?”. La cosa curiosa è che, generalmente, sono proprio gli uomini del Sud, specialmente quelli che si considerano parte attiva delle élite culturali, che si oppongono ad una revisione sistematica della storiografia nazionale; sono gli stessi che cancellano ogni traccia linguistica della propria regione di origine, ne disprezzano gli usi e i costumi, ne infangano la memoria, esaltando nel contempo tutto ciò che è “non meridionale”. Superando questi ostacoli, abbiamo preso in mano decine di testi impiegando tutto il nostro tempo libero degli ultimi 5 anni, e sono venute fuori delle belle sorprese. Abbiamo quindi fatto una sintesi delle migliaia di pagine lette e ora lanciamo il nostro lavoro in INTERNET, un debito di riconoscenza verso questa risorsa telematica che ci è servita a scambiarci preziose informazioni. Tutti gli interessati possano attingervi, speriamo così di raggiungere il maggior numero di appassionati del genere, superando gli angusti circuiti commerciali librari.

Gli autori

Questa è una versione vecchia e incompleta. L’originale è liberamente scaricabile in edizione ampliata ed aggiornata da http://www.ilportaledelsud.org/rec-ressa.htm

Parte Prima

Premessa

Le resistenze ad una revisione sistematica della nostra storiografia sono curiosamente molto forti ancora oggi, nonostante oramai si guardi al di la’ dei confini del proprio paese e si aspiri a diventare cittadini del mondo; spesso l’ostacolo è solo ideologico ma “la storia non può essere studiata secondo le direttive del partito in cui si milita o di cui si condivide l’ideologia e il programma politico. Dobbiamo liberamente ricostruire il nostro passato anche se ciò significa porsi controcorrente con il risultato di non essere congeniali né agli storici di destra che di sinistra.” (1)

I primi storici liberali, servili adulatori del sovrano Vittorio Emanuele II di Savoia, hanno costruito una storia del Risorgimento distorta, sacrificando la verità all’esigenza di creare un supporto mitologico all’ideale di unità nazionale. Dopo più di 140 anni, incredibilmente, nelle scuole la storia viene insegnata allo stesso modo, non tenendo conto di acquisizioni che dovrebbero farla modificare radicalmente. Risulta ancora oggi comodo credere che l’unità d’Italia sia stata il risultato del “comune sentire” dei padri della Patria e della popolazione tutta, ma una persona intellettualmente onesta deve, a nostro avviso, essere disposta a guardare con obiettività i fatti, anche se questo fa vacillare rassicuranti certezze; del resto “il dominio dei luoghi comuni non è tanto la biblioteca dello studioso di storia, quanto lo scrittoio dell’uomo di media cultura” (2).

Questo libro vuole contribuire ad una più meditata e serena visione dei fatti risorgimentali, offrendo nuovi spunti di riflessione.

Gli autori

Note alla Premessa:

1. Tommaso Pedìo, massimo storico lucano, nella sua lezione introduttiva al corso di Storia Moderna dell’Università degli Studi di Bari, Facoltà di Giurisprudenza, anno accademico 1967-68 riportata in “Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento” di Tommaso Pedio, Capone Editore, 1999 torna al testo

2. Alberto Consiglio, “La rivoluzione napoletana del 1799”, Rusconi, 1999, pag. 244 torna al testo

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1. La situazione politica italiana preunitaria

Il concetto di Stato e quello di Nazione vanno distinti e, per farlo, trascriviamo le definizioni del Dizionario della Lingua Italiana Zingarelli (ed. 2000): “Stato” è “persona giuridica territoriale sovrana, costituita dalla organizzazione politica di un gruppo sociale stanziato stabilmente su un territorio”. “Nazione” è “il complesso di individui legati da una stessa lingua, storia, civiltà, interessi, aspirazioni, specie quando hanno coscienza di questo patrimonio comune”; da questo ne deriva che possa esserci uno stato costituito da più nazioni, come possa anche esistere una nazione senza stato (come esempi dei giorni nostri possiamo pensare nel primo caso alla Gran Bretagna, nel secondo ai Curdi). Per quanto riguarda l’Italia, bisogna risalire ai tempi dell’imperatore romano d’oriente Giustiniano, per trovare uno Stato unitario; dopo l’invasione dei Longobardi del 568 si ruppe l’unità politica e ci furono 1300 anni di divisioni che generarono nazioni diverse, almeno nel comune sentire del popolo, ognuna delle quali ebbe storia, cultura, usi e costumi propri; questo processo si esaltò nel Mezzogiorno perché esso “rimase in parte estraneo alla penetrazione longobarda sia per le persistenze bizantine sia per la costituzione subito dopo l’anno Mille, grazie ai Normanni, del primo stato unitario dell’Italia postromana (…) una nazione napoletana, ossia meridionale, comprendente tutte le genti dal fiume Tronto allo stretto di Messina” (1).

A causa di questo processo storico plurisecolare, a metà del 1800 l’idea di un unico Stato Italiano come Patria comune era assente in Italia, tanto che, per esempio, la popolazione delle Due Sicilie chiamava “forestieri” gli altri abitanti d’Italia, ed i Piemontesi, quando si spostavano dal loro stato, affermavano che andavano “in Italia”; in altre parole il popolo considerava “patria” il proprio stato italiano d’appartenenza (alla fine del Settecento erano 12, ridotti a 9 dal Congresso di Vienna del 1815 e subito dopo a 7: regno di Sardegna, regno Lombardo Veneto; ducati di Parma e Modena; granducato di Toscana, Stato della Chiesa e regno delle Due Sicilie). Non esisteva una lingua comune, gli italiani italofoni nel 1861 erano solo una sparuta minoranza, tra il 2.5% (2) ed il 9.5% (3), di questi, i Toscani erano la massima parte. Tutti si esprimevano nel proprio dialetto. In Piemonte si parlava, si scriveva e si pensava in francese; i figli dei ricchi studiavano in Francia e, una volta adulti, leggevano giornali francesi. Lo stesso Statuto Albertino fu scritto prima in francese e poi tradotto in italiano (4). L’analisi compiuta su 40 frequenze geniche del DNA (5) mostra come ancora oggi il nostro paese sia un mosaico di gruppi, differenziati dal punto di vista genetico e linguistico: nei vari dialetti della Penisola si ritrovano “relitti” delle lingue preromaniche. Già in epoca romana, le città d’Italia godevano di ampi diritti municipali, successivamente difesi contro le pretese di re, papi ed imperatori: tale spirito municipale è sopravvissuto fino ai nostri giorni, quale logica e orgogliosa conseguenza della storia.

Né esisteva, ai tempi dell’unità d’Italia, un’economia integrata tanto che solo il 20% dei commerci degli stati preunitari erano diretti verso le altre regioni della penisola. Le esportazioni delle Due Sicilie (minerali, prodotti agricoli e manifatturieri) andavano per 85% del totale verso Inghilterra Francia e Austria (6), paesi che erano in grado di acquistarli; nei confronti del regno di Sardegna il Sud aveva un saldo molto attivo (7). La Penisola era insomma come un condominio, si viveva sotto uno stesso tetto (le Alpi) ma ci si ignorava e spesso si litigava; ben diversa la realtà degli altri stati europei che da tempo avevano raggiunto la loro unità politica statale che spesso coincideva con quella nazionale.

Note al capitolo 1:

1. G. Fergola, L’Italia invertebrata, Controcorrente editore, 1998 torna al testo

2. T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza,1976 torna al testo

3. A. Castellani, Quanti erano gl’italofoni nel 1861?, in “Studi Linguistici Italiani”, 1982 torna al testo

4. N. Zitara, L’unità truffaldina, pubblicata su “Fora”, rivista telematica: http//www.duesicilie.org modif. torna al testo

5 ” Le Scienze “, 278, 1991, pp.62-69 . torna al testo

6. A. Graziani, Il commercio estero del Regno delle Due Sicilie dal 1832 al 1858, Ilte , Roma , 1965 citato da A. Banti in “La nazione del Risorgimento” , Einaudi, 2000, pag.21. torna al testo

7. T.Pedio, op.cit. pag.82 (per le province continentali del Regno, periodo 1838-1855: importazioni 19.441 ducati; esportazioni 33.541 ducati) . torna al testo

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2. I progetti unitari e la loro caratteristica elitaria

Nella prima metà dell’800, a livello di ristrette e colte élite italiane ed in stridente contrasto col “comune sentire” del popolo, era presente e forte la convinzione dell’esistenza di un’unica Nazione Italiana che si faceva ascendere da alcuni all’impero romano, da altri al Medioevo; ad essa si facevano risalire i fasti del Rinascimento con il suo primato culturale indiscusso (che coincideva, con apparente paradosso, col punto più basso della rilevanza politica dell’Italia nel contesto europeo). Giovani universitari, avvocati, medici, giornalisti, scrittori, avevano formato il loro pensiero sulle opere di Foscolo, Berchet, Giusti, Giannone, Manzoni, Poerio, Pellico, Cuoco, D’Azeglio, Balbo, Botta e Gioberti (solo per citarne alcuni) e credettero fosse arrivato il momento di battersi per dare a questa Nazione uno Stato unitario. Erano una piccolissima minoranza anche perché solo pochissimi italiani sapevano leggere e scrivere (al momento dell’unità il loro numero superava a malapena il 20%). Questa aspirazione ad un’unione statale della Penisola divenne il loro ideale, ma si trovarono in conflitto sul come realizzarla. Nacquero quattro progetti politici, molto diversi e in palese contraddizione tra loro: quello repubblicano-centralistico di Mazzini, quello repubblicano-federale di Cattaneo (1), quello monarchico-federale a guida papale di Gioberti e quello monarchico-centralistico guidato dai Savoia che, per forza propria e degli accadimenti storici succedutisi nel tempo, prevalse alla fine sugli altri.

Scrive a questo proposito Alberto Banti (2) : “Le fratture che correvano all’interno del movimento nazionale erano di un tipo tale per cui chi avesse vinto la partita, avrebbe vinto tutto, e chi avesse perso sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano, in posizione politica (e spesso anche personale) del tutto marginale”.

“D’altra parte, l’ingombrante presenza austriaca della penisola (…) poneva due ordini di problemi. Innanzi tutto, creava uno squilibrio permanente nei rapporti tra Stati italiani, dato che nessuno di essi aveva il peso ed il prestigio militare sufficienti a bilanciare l’influenza asburgica. In secondo luogo, catalizzava il problema italiano intorno alla parola d’ordine della cacciata dello straniero, ricca di suggestioni emotive (…) tali da far passare in secondo piano, come minimalista e inadeguato, qualunque programma volto a ottenere riforme costituzionali o amministrative nell’ambito degli ordinamenti esistenti (…) questa peculiarità’ italiana fece sì che la dimensione cospirativa di stampo settario (Mazzini) (…). avesse un peso rilevante”(3) anche perché i programmi federalisti del Gioberti e di Cattaneo, pur rispettosi delle realtà secolari degli stati italiani, sostanzialmente fallivano nella soluzione del “problema Austria” .

La corrente repubblicana centralista del Mazzini si ridusse sempre più a perseguire solo il problema dell’unità nazionale e della cacciata dello straniero senza elaborare progetti atti a risolvere le esigenze pratiche del popolo italiano: così la questione contadina, la depressione economica, l’analfabetismo; il divario tra le classi sociali, rimasero in secondo piano.

Tutti questi progetti unitari “raccoglievano ostilità e soprattutto indifferenza nel popolo italiano” (4) nella prima metà dell’Ottocento, infatti, l’idea di un’Italia unita e indipendente non si era formata, com’era del tutto assente una coscienza nazionale; né sono da contrapporre a queste asserzioni le “spontanee insurrezioni popolari unitarie” che si manifestarono nei vari stati italiani: esse erano notoriamente organizzate da agenti sabaudi. Né tanto meno i risultati dei “plebisciti” che nessuna mente intellettualmente onesta può definire, guardando alle modalità del loro svolgimento, libera espressione di volontà popolare.

Note al capitolo 2:

1. affermava che “gli italiani senza federalismo saranno sempre discordi, invidiosi, infelici”, riportato da Alessandro Vitale nel Supplemento al n.10 di “Liberal”, febbraio 2002 torna al testo. L’affermazione è da valutarsi con riferimento alla situazione italiana del 1840 (Penisola divisa in 7 stati). Torna al testo

2. La nazione del Risorgimento”, Einaudi, 2000. Torna al testo

3. Roberto Martucci, “L’invenzione dell’Italia unita”, Sansoni, 1999. Torna al testo

4. Marcello Veneziani, Processo all’Occidente, ed. Sugarco, 1990, pag.225. Torna al testo

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3.Il fallimento delle ipotesi federali e di quella centralistica repubblicana

Prima che naufragasse definitivamente il progetto federale, Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, era stato più volte sollecitato ad accettare la presidenza di un’ipotetica Lega degli Stati Italiani (1). Il re meridionale era il candidato ideale: come riferisce Angela Pellicciari (2) “il primo ad avere l’idea di una Lega federativa fra gli stati italiani era stato Ferdinando II di Borbone, che nel novembre del 1833, tramite il suo ambasciatore a Roma, conte Ludorf, invitava il papa Gregorio XVI a farsi promotore di una Lega difensiva e offensiva fra i vari governi della penisola” ma l’invito non fu accolto. Nell’agosto 1847, fu papa Pio IX, sull’onda delle idee federaliste espresse dal Gioberti nel libro ” Il Primato morale e civile degli italiani”, a prendere l’iniziativa cominciando a sondare l’adesione d’alcuni sovrani italiani al progetto di una “lega doganale”, sulla falsariga di quella realizzata l’11 maggio 1833 tra i venticinque stati tedeschi (il cosiddetto Zollverein). A novembre fu firmata una bozza d’intesa tra Roma, Firenze e Torino e ci furono contatti con Napoli e Modena per un allargamento della stessa. Il 24 marzo 1848 il Piemonte dichiarò guerra all’Austria (la cosiddetta prima guerra d’indipendenza). Il 26 marzo il ministro degli Esteri delle Due Sicilie sollecitò la convocazione di un Congresso a Roma, sotto l’egida del papa, in appoggio al progetto toscano di una “lega politica ” detta italica.

Il governo costituzionale delle Due Sicilie dichiarò guerra all’Austria il 7 aprile 1848, inviando al nord un contingente di ben 16mila uomini. Nell’occasione Ferdinando II emanò un proclama: “Noi consideriamo com’esistente di fatto la Lega Italiana, dacché l’universale consenso de’ Principi e de’ popoli della Penisola ce la fa riguardare come già conchiusa, essendo prossimo a riunirsi in Roma il Congresso che Noi fummo i primi a proporre; e siamo per essere i primi a mandarvi i rappresentanti di questa parte della gran famiglia italiana” [il 4 aprile erano stati già designati e l’11 si stabilì che essi aderissero comunque al progetto di lega doganale], invitava poi ogni principe italiano ad unirsi alla causa indipendentista ed esortava il suo popolo all’unità (3).

Carlo Alberto, re del Piemonte, fece però fallire il progetto di federazione politica italiana. Si limitò infatti a proporre che si riunissero a Torino i delegati militari per discutere della guerra contro l’Austria. Questo intendimento fu riferito dal cardinale Antonelli agli inviati delle Due Sicilie giunti il 18 aprile a Roma per il Congresso; essi rimasero di sasso perché il contingente militare meridionale era già partito per il Nord e quindi l’adesione alla guerra era acquisita. Il 29 aprile il Papa si disimpegnò dall’adesione alla guerra rimarcando la preminenza del suo magistero spirituale. Il 4 maggio, vista la sospensione delle trattative per la lega politica, la delegazione meridionale si ritirava. Il re piemontese aveva gettato la maschera, il progetto monarchico-federale doveva essere sepolto perché egli aveva ambizioni diverse, voleva diventare l’unico Re d’Italia fedele emulo di quello che aveva affermato il suo antenato Emanuele Filiberto: “L’Italia? È un carciofo di cui i Savoia mangeranno una foglia alla volta”. In seguito al fallimento delle trattative per la lega politica il contingente militare meridionale fu ritirato (in parte pesarono anche le preoccupazioni per la rivolta indipendentista siciliana allora in corso); seguirono le sconfitte di Custoza (23 luglio) e di Novara (3 marzo 1849). Scrisse Gramsci nell’opera “Il Risorgimento”: ” La politica incerta, ambigua, timida e nello stesso tempo avventata dei partiti di destra piemontesi fu la cagione della sconfitta; essi furono di una astuzia meschina, essi furono la causa del ritirarsi degli eserciti degli altri stati Italiani, napoletani e romani, per aver troppo presto mostrato di volere l’espansione piemontese e non una confederazione italiana; essi non favorirono ma osteggiarono il movimento dei volontari (…) pensando di poter vincere gli Austriaci con le sole forze regolari piemontesi [e non si capisce come potessero avere una tale presunzione], o avrebbero voluti essere aiutati a titolo gratuito [e anche qui non si capisce come potesse pretendere un tale assurdo]” (4).

Gli avvenimenti del 1848 causarono quindi il fallimento dell’ipotesi monarchico-federalista del Gioberti, e del progetto repubblicano-federalista del Cattaneo, irrealizzabile nel contesto politico italiano ed europeo (5). Gli ultimi moti mazziniani non portarono a risultati concreti e con loro fallì il progetto repubblicano-centralistico. Rimase in piedi solo quello monarchico-centralista dei Savoia che ebbe in Cavour un formidabile esecutore. A questo progetto, gioco forza, si convertirono molti aderenti delle altre correnti di pensiero; il Risorgimento perse in questo modo la gran parte della sua idealità e dello spirito democratico avendo come misero risultato finale il mantenimento dell’istituto monarchico e il progressivo “allargamento” del Piemonte con l’abbattimento delle frontiere interne. “Anche un innamorato del Risorgimento come Giovanni Spadolini non nascose che, accanto alle luminarie patriottiche si trovavano le ombre di questioni rimaste insolute: “Quella dei Savoia – scrisse – era una dinastia ambiziosa ed intraprendente all’estero, retrograda e conservatrice all’interno. Più astuta che geniale. Più fortunata che gloriosa. Più abile che audace. Una sola meta: estendere lo Stato sabaudo verso est e cioè verso le pingui pianure lombarde. Il Risorgimento era stato troncato a mezzo delle sue aspirazioni (…) i Savoia sono rimasti gli stessi, utilitari ed esclusivisti piemontesi di prima e hanno tentato di piemontizzare l’Italia, appoggiandosi alla sua ottusa e superba consorteria militare e accaparrandosi con concessioni e compromessi i diversi ed eterogenei partiti politici, espressioni più di clientele che di popolo” (6).

Marcello Veneziani (7) osserva che il Risorgimento provocò, inoltre, per la sua preminente matrice liberale ed anticlericale, anche “la frattura con l’anima religiosa del popolo italiano, la frattura con il mondo rurale e con i valori tipici di una civiltà contadina, la frattura con il Meridione”; interessanti, a quest’ultimo proposito, le opinioni di Denis Mack Smith e Paolo Mieli (8), dice il primo: “Contrariamente alla versione raccontata sui libri della storia ufficiale il popolo meridionale non partecipò al Risorgimento” e aggiunge il secondo: “La stagione risorgimentale e post-risorgimentale è fatta di migliaia di morti, lotte, spari, massacri. Abbiamo vissuto una lunga guerra civile, di reietti contro buoni. Il popolo, soprattutto dell’Italia meridionale, è stato all’opposizione; lo era dai tempi delle invasioni napoleoniche. C’erano stati moti molto forti, per diciannove anni, sino al 1815 [le cosiddette “insorgenze” contro i francesi che causarono decine di migliaia di vittime]. Il popolo rimase sordamente ostile, perché legato all’autorità borbonica non percepita come nemica e alla Chiesa cattolica, che era una delle fonti istituzionali alle quali abbeverarsi. Il fenomeno ricordato nei nostri manuali come brigantaggio in realtà fu una guerra civile che sconvolse l’intero Sud, gli sconfitti lasciarono le loro terre e alimentarono la gigantesca emigrazione verso l’America”.

Note al capitolo 3:

(1) anche Giuseppe Verdi rese omaggio a Ferdinando, componendo “La Patria. Inno nazionale a Ferdinando II di Borbone “, spartito e testo pubblicati dall’editore Giraud nel 1848, entrambi disponibili negli archivi del Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli. torna al testo

(2) L’altro Risorgimento “, Piemme, 2000 torna al testo

(3) Harold Acton, ” Gli ultimi Borboni di Napoli “, pag. 258, Giunti editore, 1997 torna al testo

(4) Francesco Maria Agnoli, ” L’epoca delle rivoluzioni “, Il Cerchio iniziative editoriali, 1999, pag.58 torna al testo

(5) coerentemente con le sue idee Cattaneo, pur eletto per tre volte al Parlamento del regno d’Italia, rifiuto’ l’incarico per non giurare fedeltà ai Savoia. torna al testo

(6) Lorenzo Del Boca, ” Indietro Savoia”, Piemme, 2003 torna al testo

(7) citato da Lorenzo Del Boca, ” Indietro Savoia”, Piemme, 2003 torna al testo

(8) dal quotidiano ” La Stampa ” del 19 maggio 2001, pag. 23.torna al testo

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4. La sfera geopolitica e le Due Sicilie di Ferdinando II, le motivazioni concrete dell’Unità

Lo scenario politico europeo di quegli anni era dominato dalle superpotenze: Inghilterra, Francia, Austria, Russia e la emergente Prussia, tutte in lotta tra loro per la supremazia. Uscita vittoriosa dalla prima guerra con il Piemonte del 1848-49, l’Austria continuava a tenere saldamente in mano la Penisola, sia con domini diretti sia con stati alleati. L’avvento al potere in Francia di Napoleone III segnava intanto la ripresa della politica espansionistica francese. L’imperatore intendeva favorire le mire espansionistiche del Piemonte, considerato come uno stato vassallo, per stabilire una sfera di influenza e controllo su tutta l’Italia. Napoleone III incarnava l’antico disegno di fare del Mediterraneo un lago francese, e l’occupazione dell’Algeria rappresentò il primo passo verso tale obiettivo. Anche l’Inghilterra, perse da tempo le colonie americane, mirava al controllo del commercio marittimo nel Mediterraneo e pertanto temeva le mire espansionistiche di Napoleone III. Era inoltre in corso di realizzazione, da parte di un’impresa francese, il canale di Suez, che per l’Inghilterra rappresentava una via di comunicazione di sommo interesse per l’accesso rapido al suo impero in India. La Russia intanto si impadroniva del Mar Nero, mirando a portare l’Impero Ottomano alla dissoluzione, con conseguente destabilizzazione di tutta l’area. La chiave di volta del Mediterraneo era, per la sua posizione geografica, il Regno delle Due Sicilie.

Il Regno era tornato formalmente indipendente nel 1734, ma “la gerarchia internazionale di grandi e piccoli stati era cosa fatta, e il Regno, pur autonomo, continuava ad essere dentro un gioco internazionale e commerciale che controllava molto parzialmente, poteva soltanto subirlo, adattandosi alla sponda spagnola o austriaca o inglese” (1). Negli anni seguenti alla bufera napoleonica ed al Congresso di Vienna continuò a soggiacere all’influenza sia dell’Austria sia dell’Inghilterra, ma dal 1830, sotto la ferma guida di Ferdinando II, era diventato uno stato veramente indipendente e capace di uno sviluppo economico rilevante, “un terzo incomodo” quindi per la Francia e l’Inghilterra le quali usarono la diplomazia e la forza per annientarlo. Succeduto appena ventenne al padre Francesco I, Ferdinando II aveva subito mostrato le grandi doti che avrebbero segnato i suoi 30 anni di regno: nel giro di pochi mesi diede seguito al programma di risanamento finanziario, già avviato dal precedente primo ministro Medici, abolì i cumuli di più retribuzioni, diminuì drasticamente il suo appannaggio, restituì al pubblico le riserve di caccia dei sui avi, ridusse le imposte (quella sul macinato addirittura della metà), concesse un’amnistia. Diede un forte impulso all’economia, costruì strade, ponti e ferrovie, stipulò numerosi accordi commerciali, stipendiò i parroci nei comuni dove non c’erano le scuole elementari per fornire una istruzione di base al popolo, proibì l’accattonaggio avviando i mendicanti in istituti nei quali era insegnato loro un mestiere; potenziò esercito e marina con l’intento di affermare in via definitiva l’indipendenza del Sud d’Italia dalle potenze straniere. Furono proprio le dimostrazioni di forza della flotta militare davanti alle coste africane a convincere nel 1833 i tunisini e nel 1834 i marocchini a non intralciare più, come avevano fatto per secoli, i commerci della flotta mercantile meridionale [erano i temutissimi “pirati barbareschi” che si cercava di avvistare dalle quasi 400 “torri saracene” costruite sulle coste meridionali]. I primi cinque anni del regno di Ferdinando II furono così proficui che persino il ministro inglese Robert Peel ne fece le lodi in pieno parlamento.

Dopo le piccole potenze, furono le grandi a dover saggiare la caparbietà di Ferdinando II che cominciò a “dare fastidio” nel 1836, quando aveva detto di no alle pretese avanzate dall’Inghilterra sulle miniere di zolfo in Sicilia (la regione deteneva il 90% delle riserve mondiali di quel minerale, indispensabile per l’industria chimica dell’epoca, in particolare quella degli esplodenti). “La questione degli zolfi, per chi non la conoscesse, è presto detta. Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della “nazione più favorita”. Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia. Compravano a poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto più che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi ad una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi.” (2). I Britannici, poiché non avevano ricevuto soddisfazione dai tribunali, fecero ricorso alla forza: “Palmerston mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrì, ordinò a sua volta lo stato d’allarme nei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco. Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato napoletano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. È il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiar tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero regno napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo.” (2)

(1) Paolo Macry, “I giochi dell’incertezza”, L’ancora del Mediterraneo, 2002 torna al testo

(2) Carlo Alianello, La conquista del sud, Rusconi, 1982 torna al testo

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5. L’esperimento costituzionale del 1848 ed il ritorno all’assolutismo

Ferdinando II fu il primo sovrano italiano a concedere la Costituzione, che venne promulgata il 10 febbraio 1848. Il re intendeva in tal modo togliere motivazioni agli indipendentisti siciliani, in rivolta dal 1847, e corrispondere alle pressanti istanze dei liberali napoletani (sempre nel 1847 Luigi Settembrini aveva scritto la “Protesta del popolo delle Due Sicilie”). Sull’esempio di Ferdinando II, anche gli altri regnanti italiani intrapresero la via costituzionale (Carlo Alberto in un primo tempo dichiarò che “mica sono come quel Borbone che ha accettato il diktat degli insorti, facendo la cosa più deleteria che si possa immaginare (1)”).

Con la costituzione, il “suddito” acquisiva sia la dignità di “cittadinanza civile” (libertà personale, di stampa, di associazione, di proprietà), sia quella di “cittadinanza politica” (al Re si affiancava il Parlamento composto da due Camere, una di 164 deputati eletti dal popolo, l’altra di 50 “Pari” nominati dal sovrano). Le elezioni si svolsero il 18 aprile, ma il 15 maggio 1848, in coincidenza con l’apertura dei lavori parlamentari, una parte di deputati attuarono un tentativo di rovesciare la monarchia. Utilizzando agenti provocatori e facinorosi, vennero erette barricate nelle strade e ci furono scontri con molte vittime. In effetti, da circa un secolo l’intellighenzia meridionale, conformatasi ai principi illuministici che nel Sud avevano trovato la massima diffusione, era stata su posizioni antimonarchiche. A seguito della rivolta furono sciolte le Camere ed indette nuove elezioni per il 15 giugno 1848. Il 1° luglio il Parlamento aprì i lavori con la relazione programmatica del Re, che fu approvata il 1° agosto dalla Camera dei Deputati ed il 5 agosto da quella dei Pari. “Le due camere svolsero una modesta attività (…) non formularono alcun progetto di legge (…), il 5 settembre i lavori furono rinviati di due mesi (…), il 6 febbraio 1849 il Ministro delle Finanze fece un discorso sul bilancio dello Stato con le relative tasse, i deputati si opposero affermando che per esigere imposte occorreva un voto del parlamento e che il governo in carica (nominato dal Re) non riscuoteva la loro fiducia, inoltre si censurò la politica interna del sovrano; i contrasti non si appianarono e il conflitto governo-Re da una parte e deputati dall’altra fu risolto il 12 marzo da Ferdinando II il quale sciolse la Camera stabilendo nuove elezioni che mai si tennero (2)”. Il 7 agosto 1849 fu nominato presidente del Consiglio e delle Finanze il lucano Giustino Fortunato, già aderente alla Repubblica Napoletana e al governo di Murat. La costituzione fu sospesa e il Re, restaurando la monarchia assoluta, assunse verso i liberali un atteggiamento sprezzante, chiamandoli “pennaruli” (3). Iniziò una ferma politica repressiva con le liste degli “attendibili” (cioè dei sospetti) compilate da un corpo speciale di polizia i cui membri erano chiamati “i feroci”. Di contro i liberali continuarono ad affibbiargli gli appellativi infamanti che si aggiungevano a quello di “Re Bomba” acquisito dopo il bombardamento di Messina del settembre 1848 da parte della flotta da guerra (all’epoca la terza del mondo), nell’ambito della repressione del movimento indipendentista siciliano. Nessun liberale diede del “re bomba” a Vittorio Emanuele II che fece cannoneggiare, causando migliaia di morti, Genova, Ancona, Gaeta e Palermo e che invece conservò l’appellativo di “re galantuomo”. I liberali continuarono a ricorrere anche a sanguinosi atti di violenza per rovesciare il sovrano, compreso un tentativo di regicidio. La frattura del 15 maggio 1848 non si ricompose più e così fallì il primo esperimento costituzionale d’Italia. In realtà nessuno sa con certezza cosa pensasse Ferdinando, all’inizio del 1848, della Costituzione. Molti storici affermano che nel suo intimo la avversasse (come del resto tutti i sovrani dell’epoca), ma non c’è dubbio che l’esperimento costituzionale fallì anche per l’atteggiamento massimalistico dei liberali. Successivamente, con l’Unità, essi accettarono lo Statuto Albertino, che s’ispirava agli stessi principi della Costituzione Napoletana del 1848 che avevano avversato con la violenza. La maggior parte del popolo meridionale, viceversa, non desiderava evoluzioni politiche, anzi le osteggiava considerandole una lesione alle prerogative assolute del sovrano; il monarca era amatissimo, come dimostrato dalle manifestazioni di affetto esternate dai sudditi nel corso delle suo visite nelle province nel regno. Veniva considerato “il padre”, cioè il garante dei diritti del popolo contro le pretese dei baroni. Le masse, insieme ai loro sovrani, consideravano i loquacissimi intellettuali liberali come degli inutili demagoghi. La popolazione, tutte le volte che poté scegliere, si schierò sempre con il proprio sovrano, come ben dimostrano i fatti del 1799, del 1820, del 1848 e infine la reazione postunitaria. L’affetto del popolo per Ferdinando II era anche dovuto al carattere squisitamente meridionale del monarca che egli, pur nella consapevolezza della propria regalità, manifestava in tutti i suoi atti: dal senso della famiglia alla religiosità, dall’uso abituale del dialetto ai gusti alimentari, fino ad arrivare ai panni stesi ad asciugare nelle sale della reggia di Caserta. Nel Sud l’ideale monarchico era talmente radicato da sopravvivere agli stessi Borboni, e finì per esternarsi persino nei confronti dei Savoia, i nuovi sovrani, nonostante la loro sciagurata condotta nei confronti del Sud. Nel suo esilio, Francesco II (ultimo re delle Due Sicilie) così rispose amaramente a chi gli ricordava il perdurante affetto del popolo meridionale: “Sì, è vero i Napolitani sono fedeli al Re, ma a qualunque Re del tempo, non alla mia persona”. Ricordiamo al riguardo che nel Referendum repubblica-monarchia del giugno 1946 il Sud votò massicciamente per quest’ultima. Scrisse il ministro degli Interni Romita: “Nella notte tra il 3 e il 4 giunsero, pero’, improvvisamente i dati di un nutrito gruppo di sezioni meridionali e la Monarchia passò in vantaggio. Fu la notte più terribile: intorno alle ventiquattro sembrò che ogni speranza fosse perduta (…) mi accasciai sulla poltrona, gli occhi fissi verso l’alto soffitto in ombra (…) il telefono squillò più volte (…) proprio a me, repubblicano da sempre, sarebbe spettato dire ai lavoratori che l’ultimo rappresentante della più inetta casa regnante d’Europa sarebbe restato al proprio posto ed enormemente rafforzato dalla riconferma popolare? E che cosa avrei detto a Nenni, a Togliatti, a tutti gli altri, che non volevano l’avventura del referendum?”; quando Umberto II, ultimo re sabaudo, si imbarcò all’aeroporto di Campino di Roma per l’esilio in Portogallo “un vicebrigadiere dei carabinieri lo saluta, egli si ferma a stringergli la mano: ” Vi aspetteremo per sempre, Maestà!”, dice il giovane con accento napoletano”. (4)

Il convinto appoggio popolare convinse ancora di più Ferdinando II dell’inopportunità di una monarchia costituzionale e sulla giustezza della sua politica paternalistico-totalitaria. Nella sua concezione, Stato Nazione e Popolo si identificavano in un unico “totale”, che trovava espressione, guida e garanzia nella sua stessa persona. Fu un autocrate con ministri ridotti al ruolo di semplici esecutori della sua politica. Voleva essere costantemente al corrente di tutto quello che succedeva nel regno e questo lo costrinse ad un impegno massacrante, diviso tra lavoro a tavolino e lunghe udienze nelle quali ascoltava pazientemente interlocutori che potevano arrivare anche a più di cento in una sola giornata. Il resto del tempo era dedicato alle funzioni religiose ed alla famiglia (ebbe numerosi figli: dall’unione con la prima moglie Maria Cristina di Savoia, nacque l’erede al trono Francesco; tutti gli altri dall’austriaca Maria Teresa, “Tetella”, sposata dopo la morte di Maria Cristina. Le cerimonie ufficiali lo annoiavano. Amava assistere alle parate militari, ed i suoi svaghi erano limitati a qualche passeggiata in carrozza, che amava condurre personalmente. Nemmeno i più accessi oppositori riuscirono a muovere critiche riguardo la sua integrità morale, virtù non molto diffusa nei sovrani del suo tempo: basti pensare a Vittorio Emanuele II, che dilapidò somme enormi per le sue innumerevoli relazioni extraconiugali, e che generò uno stuolo di figli illegittimi. È pur vero che la difesa dell’istituto monarchico assoluto da parte di Ferdinando II, a metà del 1800, fu una scelta anacronistica: essa mirava a contrastare l’avanzata del movimento rivoluzionario liberale (spesso asservito ad interessi economici stranieri), ma risultò alla fine insoddisfacente anche a quei ceti medi che, rafforzatisi grazie alla politica di sviluppo economico del Re, reclamavano partecipazione alla politica.

Note al capitolo 5:

(1) Lorenzo Del Boca, “Indietro Savoia”, Piemme, 2003 torna al testo

(2) Giuseppe Coniglio, ” I Borboni di Napoli”, Corbaccio, 1999, modif. torna al testo

(3) cioè demagoghi, grafomani e simili torna al testo

(4) Falcone Lucifero, L’ultimo re, Mondadori, 2002, pag. 556 torna al testo

Questa è una versione vecchia e incompleta. L’originale è liberamente scaricabile in edizione ampliata ed aggiornata da http://www.ilportaledelsud.org/rec-ressa.htm

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6. La “Negazione di Dio”

La politica inglese di destabilizzazione della situazione italiana continuò con William Gladstone, deputato e già ministro delle Colonie del governo Peel. Fu incaricato di seguire i processi svolti nelle Due Sicilie a carico degli aderenti alla “Società dell’Unità d’Italia”, protagonisti della rivolta del 15 maggio 1848. “Qualsiasi governo avrebbe perseguitato una setta segreta che minacciava la sua stessa esistenza e propugnava l’assassinio politico con proclami come questo: “Voi soli, o fratelli, voi soli rimanete indietro. È vero che voi avete cotesta tigre Borbonica, che vi lacera le membra e vi beve il sangue, cotesto ipocrita, cotesto furbo, cotesto scelleratissimo Ferdinando. Ma non siete italiani voi? Non avete un pugnale? Nessuno di voi darà la sua vita per 24 milioni di fratelli? Un uomo solo, una sola punta darebbe libertà all’Italia, farebbe mutar faccia all’Europa. E nessuno vorrà questa bella gloria? (1) “. Il processo iniziò il 1° giugno 1850 e si concluse il 1° febbraio del 1851; tra gli imputati, in tutto 42, ricordiamo i nomi di Agresti, Faucitano, Settembrini, Poerio, Pironti, Romeo. I primi tre furono condannati alla pena capitale, ma subito graziati da Ferdinando; altri due subirono la condanna dell’ergastolo, altri ancora ebbero pene detentive varie, otto furono assolti. In seguito molti condannati, dopo pochi anni di carcere, furono liberati ed avviati all’esilio.

Tornato a Londra nel 1851, d’intesa con il primo ministro Lord Palmerston, Gladstone fece diffondere alcuni lettere da lui inviate al ministro degli esteri, lord Aberdeen, nelle quali si etichettava il regno delle Due Sicilie come la “negazione di Dio”; nella prima (del 7 aprile, pubblicata l’11 luglio), Gladstone riferiva di una visita, che oggi si sa mai avvenuta, alle carceri napoletane e così concludeva: “II governo borbonico rappresenta l’incessante, deliberata violazione di ogni diritto; l’assoluta persecuzione delle virtù congiunta all’intelligenza, fatta in guisa da colpire intere classi di cittadini, la perfetta prostituzione della magistratura, come udii spessissimo volte ripetere; la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo (2)”. L’Inghilterra gridò così al mondo intero il proprio sdegno per le asserite disumane condizioni in cui erano tenuti i detenuti politici. Queste notizie rimbalzarono da una cancelleria all’altra, trovando ampie casse di risonanza sui giornali di Torino e nella stessa Napoli, negli esterofili ambienti degli oppositori. A nulla servirono le smentite del governo borbonico che invitò anche commissioni di giornalisti a verificare de visu. A giochi fatti, cioè dopo l’annessione piemontese, sarà lo stesso deputato inglese ad ammettere candidamente la menzogna: “Gladstone, tornato a Napoli nell’anno 1888-1889, fu ossequiato e festeggiato dai maggiorenti del così detto Partito Liberale, i quali non mancarono di glorificarlo per le sue famose lettere con la negazione di Dio, che tanto aiutarono la loro rivoluzione; ma a questo punto il Gladstone versò una vera secchia d’acqua gelata sui suoi glorificatori. Confessò che aveva scritto per incarico di lord Palmerston, che egli non era stato in nessun carcere, in nessun ergastolo, che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto i nostri rivoluzionari (2)”.

La situazione nelle carceri napoletane non era peggiore di quella del resto d’Europa (ricordiamo, per rendere l’idea della mentalità punitiva dell’epoca, ben diversa da quella riabilitativa dei giorni nostri, che l’obbligo della catena al piede per i condannati ai lavori forzati fu abolito nel nuovo regno d’Italia solo il 2 agosto 1902). In quegli stessi anni la Francia inviava oltre 10 mila prigionieri politici in Algeria e alla Cayenna; l’ Inghilterra reprimeva spietatamente le rivolte in Irlanda ed in India. Negli U.S.A. c’era ancora la schiavitù. Tutto questo non scandalizzò Gladstone ed i liberali. Di contro il sistema giudiziario delle Due Sicilie, come è stato riconosciuto da eminenti giuristi, era il più avanzato dell’Italia preunitaria, in linea con la prestigiosa scuola meridionale di diritto, e vantava il moderno Codice Penale del 1819. I magistrati erano reclutati per concorso (e non per nomina regia come in altre parti d’Italia); quelli che componevano le Gran Corti Criminali, presenti nei 21 capoluoghi, erano in numero pari affinché in caso di equilibrio nel giudizio “l’opinione è per il reo”. Paolo Mencacci (3), a proposito del sistema giudiziario in vigore nelle Due Sicilie, riporta che: “A giudicare coi criteri odierni che ritengono la pena di morte una barbarie, il Regno delle Due Sicilie, nel decennio che precede l’unificazione, è senz’ombra di dubbio uno stato modello”. Ferdinando II aveva inoltre abolito, il 25 febbraio 1836, la pena dei lavori forzati perpetui che invece decenni più tardi fu comminata, in gran copia, dal governo “unitario” piemontese ai cosiddetti “briganti ” meridionali. Viceversa “Nel Regno di Sardegna la realtà è molto diversa. Se assumiamo la pena di morte come indice della violenza di un regime, il Regno Sardo fu uno stato brutale. Dal 1851 al 1855, con i liberali al potere, le esecuzioni capitali furono ben 113. Stato violento, indebitato, con un alto tasso di criminalità, il Regno Sardo, tramite il suo Presidente del Consiglio, i suoi ministri, la sua stampa, prosegue nella calunnia sistematica degli altri Stati della Penisola, su cui proietta la propria realtà e, contemporaneamente mitizza le condizioni di vita dei paesi liberali (4)”. Va però osservato che “Il governo borbonico non fu certo esente da colpe, come dimostra la sua assoluta insensibilità nel comprendere la necessità della battaglia culturale per contrastare attivamente con libri o pubblicazioni (che non mancavano ed erano qualificatissimi) la calunniosa propaganda massonica e liberale che invece dilagò presso le classi colte e conferì una giustificazione intellettuale alla loro brama di potere (5)”.

Note al capitolo 6:

(1) Harold Acton, “Gli ultimi Borboni di Napoli”, Giunti Editore torna al testo

(2) Carlo Alianello, La conquista del sud, Rusconi Editore torna al testo

(3) “Memorie Documentate”, citate da Angela Pelliciari in “L’altro Risorgimento”, Piemme, 2000, pag.188 torna al testo

(4) Angela Pellicciari, ” L’altro Risorgimento “, op. cit. torna al testo

(5) Eduardo Spagnolo, Manifestazioni antisabaude in Irpinia, ed. Nazione Napoletana, 1999 torna al testo

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7. L’espansionismo piemontese e la strumentalizzazione dell’ideale unitario

L’evoluzione italiana verso l’unità politica è da inquadrarsi nel contesto geopolitico europeo di quegli anni. Essa non sarebbe avvenuta, almeno nei tempi e modalità in cui si è concretizzata, senza il benestare di Francia e Inghilterra, le due superpotenze che avevano rispettivamente l’esercito e la marina più potenti del mondo (l’Inghilterra con il suo impero controllava addirittura un quinto delle terre emerse).

Camillo Benso, conte di Cavour, “uocchie ‘e cane e vocca ‘e lupo (1)” andò al potere nel 1852 e cominciò l’opera di “grande tessitore” per rompere l’isolamento internazionale del piccolo Piemonte. Cercò l’alleanza di Francia ed Inghilterra, alle quali si riavvicinò con la partecipazione alla guerra di Crimea del 1855, scatenata per porre freno alla politica espansionistica dello Zar verso l’Impero Ottomano. All’opposto, Ferdinando II dichiarò la neutralità nel conflitto in corso e rifiutò di concedere alle flotte francese ed inglese l’uso dei porti delle Due Sicilie. Con tale atteggiamento si attirò ulteriori ire delle due superpotenze, che reagirono con azioni diplomatiche e fomentando la stampa “liberale” contro il re meridionale. Cavour uscì invece rafforzato dalla campagna di Crimea, anche se l’apporto bellico del suo esercito fu molto modesto. In breve lo statista piemontese divenne punto di riferimento per il movimento liberale italiano: il regno di Sardegna, contrariamente che altrove, aveva mantenuto in vigore lo Statuto anche dopo gli sconvolgimenti del 1848-49. Lo Stato sabaudo divenne polo d’attrazione per tutti i fuoriusciti politici d’Italia: essi furono “cooptati dalla classe dirigente subalpina, arrivando ad occupare posti di rilievo nell’Università, nell’editoria, nel giornalismo, nel parlamento, senza risparmiare l’esercito (…) un quarto dell’organico complessivo (2)”. Il prezzo da pagare per queste “attenzioni” fu però altissimo: abbandono degli ideali repubblicani o federalisti e adesione al processo unitario monarchico-centralista sotto la guida dei Savoia. Del resto Cavour non poteva ostentare altre “supremazie” visto che il livello economico e culturale del regno sabaudo non era certo tra i primi d’Italia. Con lo Statuto Albertino era stato introdotto il sistema costituzionale, ma la gran parte dei poteri rimase del re (articolo 5 :”Al Re solo appartiene il potere esecutivo”; articolo 65 “Il Re nomina e revoca i ministri”), l’estensione dei diritti politici ai cittadini era limitatissima (gli aventi diritto al voto erano un’esigua minoranza), scarsissima la centralità legislativa del parlamento tanto è vero che dall’ascesa al potere di Cavour (4 novembre 1852) all’apertura del primo parlamento unitario (18 febbraio 1861), su 3000 giorni disponibili per il dibattimento la Camera fu chiusa per ben 2145 (3).

La trama piemontese di espansione territoriale sfruttava a proprio esclusivo vantaggio l’ideale unitario. La strategia continuò a svilupparsi al Congresso di Parigi, convocato nel 1856 alla fine della guerra di Crimea. In tale occasione Cavour disse al rappresentante inglese Lord Clarendon: “Milord, Ella vede che non vi è nulla da sperare dalla diplomazia; sarebbe tempo di ricorrere ad altri mezzi, almeno per quanto riguarda il re di Napoli”; e l’inglese, di rimando: ” Bisogna occuparsi di Napoli”. “Verrò a trovarvi e ne parleremo insieme” rispose Cavour (4) che nella stessa sede sondava, con il primo ministro inglese Palmerston, la possibilità di acquisire la Sicilia. Nella seduta del Congresso l’8 aprile, i rappresentanti di Francia ed Inghilterra sollevarono la questione dell’unificazione italiana, e puntarono l’indice contro il Papa e Ferdinando II. Quest’ultimo fu minacciato di serie conseguenze se non avesse accordato un’ampia amnistia politica: il 19 e 21 maggio furono presentate delle note ufficiali dai rappresentanti diplomatici in Napoli. Ferdinando interpretò queste comunicazioni come una lesione alle sue prerogative di sovrano di uno stato indipendente e le respinse. Come ritorsione, nell’ottobre del 1856 Francia ed Inghilterra ruppero le relazioni diplomatiche, e minacciarono l’invio di una spedizione navale punitiva, che però non ebbe luogo. Sul fronte interno, i rivoluzionari liberali continuavano intanto a tramare: l’8 dicembre 1856 Agesilao Milano tentò di uccidere il re nel corso di una parata, riuscendo solo a ferirlo (fu catturato e giustiziato dopo breve processo). Il 17 dicembre, per un altro attentato, saltò in aria un deposito di munizioni nei pressi della reggia. Il 4 gennaio 1857 esplose la fregata a vapore “Carlo III”, carica di armi e munizioni dirette a Palermo. In entrambi i casi ci furono numerose vittime. Il 25 giugno parte da Genova la spedizione di Pisacane, che finirà in un bagno di sangue a Sapri (Provincia di Salerno).

Cavour invece giocò spregiudicatamente su due tavoli, sfruttando a suo vantaggio l’appoggio sia della Francia che dell’Inghilterra: si alleò in tutta segretezza con la prima, nel 1858 a Plombiers, ponendo le basi per una seconda guerra contro l’Austria, e si tenne amica la seconda con intensi contatti diplomatici. Il suo obiettivo immediato era l’unificazione dell’Italia settentrionale e centrale sotto i Savoia. Il parlamento di Torino approvò la legge per la sottoscrizione di un prestito di cinquanta milioni di lire “per difendersi dalle mire espansionistiche dell’Austria”. Nella discussione avvenuta il 9 febbraio 1859, il marchese Costa di Beauregard denunciò: “Il Conte di Cavour vuole la guerra e farà gli estremi sforzi per provocarla. Nella pericolosa condizione in cui ci ha collocati la sua politica, la guerra si presenta al suo pensiero come l’unico mezzo per liberarsi onorevolmente dal debito spaventoso che ci schiaccia, e di rispondere agli impegni che ha preso(5) “. Il bilancio del regno di Sardegna di quell’anno ebbe un deficit di 24 milioni di lire che portò il debito pubblico ad un totale di 750 milioni di lire. Cavour aveva portato pertanto il Piemonte sull’orlo della bancarotta e la bilancia commerciale era da anni in passivo. In tale situazione l’unica possibilità per evitare il tracollo finanziario era la conquista di nuovi territori: l’influente deputato sabaudo Boggio disse alla vigilia del conflitto del 1859: “Ecco a dunque il bivio: o la guerra o la bancarotta”. Nel marzo del 1859, Cavour era oramai divenuto a pieno titolo “dittatore parlamentare”, visto che assommava le cariche di presidente del Consiglio, ministro degli Interni, ministro degli Esteri e, dopo l’inizio delle ostilità, anche ministro della Guerra.

La così detta seconda guerra d’indipendenza iniziò il 29 aprile e si svolse tra l’avversione dei Piemontesi stessi, i cui giovani figli erano nuovamente chiamati a sacrificarsi in battaglia. Il popolo fu oppresso fiscalmente per sostenere l’onerosa politica governativa. I Lombardi (protagonisti nel marzo del 1848 delle Cinque giornate di Milano, durante le quali si liberarono da soli degli Austriaci) mantennero un atteggiamento indifferente. I Veneti si batterono con convinzione nelle fila dell’esercito austriaco. Ferdinando II comunicò il 1° maggio 1859, con una nota inviata alle cancellerie europee, la sua “perfetta neutralità”, fedele alla sua massima “amici di tutti, nemici con nessuno”. A tale proposito c’è però da rilevare la validità dell’altro aforisma: “tanti amici, nessun amico”: mentre infatti Cavour manteneva una diplomazia agguerrita, “l’atteggiamento di Ferdinando lo isolava sempre più: Francia e Inghilterra gli erano ostili, il Piemonte non gli era amico, l’Austria era contrariata dalla sua ritrosia ad assumere impegni. L’indipendenza, la neutralità sostenute da Ferdinando finivano infatti col coincidere con un atteggiamento passivo, rinunciatario, che poteva lasciarlo in balia dei nemici se fosse stato assalito (6)”. L’isolazionismo aveva motivazioni economiche e politiche. Ferdinando II si sentiva inoltre illusoriamente al sicuro perché il regno “era difeso per tre quarti dall’acqua salata e per un quarto dall’acqua santa [lo Stato del Vaticano, considerato un antemurale inviolabile]”. Di lui Metternich ebbe a scrivere: “egli non sopporta intrusioni, è convinto che il suo regno, per posizione geografica, non ha bisogno dell’Europa”. Per questi motivi erano rimaste amiche del regno delle Due Sicilie solo la Spagna e la Russia, l’una militarmente insignificante, l’altra lontanissima geograficamente.

Il 22 maggio del 1859, dopo trent’anni di regno, moriva Ferdinando II, e gli succedeva il figlio Francesco II. Lo storico risorgimentale Alfredo Panzini, a proposito della strategia di Cavour per la conquista del Sud, osservava: “Col Bomba egli capiva che non c’era nulla da tentare; ma il Bomba, vivaddio, è spacciato. Rimane il figlio, come sarà? (7)”. Francesco “è giovane, senza esperienza, non è un idiota, come ne hanno spesso detto, parla molto bene di tutto con un certo possesso e con molto buon senso; talvolta ha l’aria di capire l’epoca, è imbevuto dei più esagerati principi del sanfedismo: di carattere molto debole e molto timido, costantemente circondato da una camarilla furiosamente retrograda e reazionaria, la quale impedisce che la verità arrivi fino a lui (8)”. Da notare che facevano parte di questa Corte così disprezzata (“camarilla”) uomini collusi col governo piemontese, compresi alcuni membri della famiglia reale come Leopoldo, conte di Siracusa, e Luigi, conte d’Aquila, entrambi fratelli del defunto Ferdinando. Al suo padre era stato affibbiato il soprannome di “Re bomba”, a lui quello di “Franceschiello” ma “la ridicolizzazione attraverso cui la storiografia postrisorgimentale ha consegnato ai posteri un’immagine storpiata di quel sovrano, è nient’altro che un’ennesima manifestazione di infierimento su un vinto (9)”. Furono riallacciati i rapporti diplomatici con Francia ed Inghilterra e decretata un’amnistia politica con il conseguente ritorno nelle Due Sicilie di circa 200 tra i più accaniti oppositori, costretti in precedenza all’esilio; fu abolita la lista poliziesca degli “attendibili”, cioè dei sospetti.

Francesco II diede un vigoroso impulso alla progettazione di nuove opere pubbliche, concernenti soprattutto l’ampliamento delle linee ferroviarie e dei porti; i liberali, da parte loro, ricominciavano a battersi per il ripristino della Costituzione, caldeggiato anche dalla giovane regina Maria Sofia, e per un’alleanza con il Piemonte nella guerra in corso contro l’Austria, sollecitata anche dal Conte Salmour inviato, in giugno, da Cavour a Napoli per negoziarla; entrambe le istanze furono però respinte dal nuovo monarca; il plenipotenziario piemontese così scriveva al suo primo ministro: “Almeno per il momento l’alleanza con Napoli è impossibile, poiché, vista la situazione esterna e lo stato dei partiti all’interno, il Re e il governo si sentono perfettamente rassicurati. Il solo e unico modo di arrivare al nostro scopo è di agire qui come nelle altre parti d’Italia, ossia di provocare la caduta della dinastia e l’acclamazione di Vittorio Emanuele ” (9a). Nella primavera del 1859, infatti, in coincidenza con la guerra francopiemontese-austriaca, erano state scatenate in alcuni stati preunitari delle “spontanee insurrezioni unitarie” da parte d’agenti sabaudi infiltrati; queste avevano provocato la fuga dei sovrani regnanti (il 27 aprile del Granduca di Toscana, il 9 giugno la duchessa di Parma, come pure il duca di Modena; tutti e tre si rifugiarono nelle braccia dell’Austria) e la costituzione di governi provvisori a guida piemontese.

Secondo alcuni storici questa era l’ultima occasione offerta dalla Storia alla dinastia borbonica per salvare se stessa e soprattutto il popolo meridionale da una annessione forzata; essi, infatti, sono convinti che ripristinando subito la Costituzione ed alleandosi col Piemonte si sarebbe tolto a quest’ultimo ogni “pretesto” per l’invasione del Sud del 1860; questo punto di vista è tutto da dimostrare viste le trame delle superpotenze e di Cavour, nondimeno c’è da dire che i liberali meridionali pretendevano che il giovane Francesco ribaltasse immediatamente, e di 180 gradi, la politica seguita dal padre dalla cui personalità egli era stato sempre schiacciato e che era defunto solo da un mese, un po’ troppo per un personaggio del suo calibro. La politica estera isolazionistica di Ferdinando II rimase, pertanto, immutata; Francesco II era immobile proprio quando in Europa erano in pieno svolgimento le manovre delle potenze grandi e piccole: la cosiddetta seconda guerra d’indipendenza (in realtà, principalmente, una vera e propria guerra franco-austriaca) ebbe due principali e cruentissime battaglie svoltesi entrambe nel giugno 1859: quella di Magenta del 4 e quella di Solferino del 24; in esse l’esercito piemontese dette pessima prova di se’: nella prima si presentò allo scontro quando era concluso, nella seconda l’episodio “vittorioso” di S. Martino fu determinato dal fatto che il generale austriaco Benedek, che in giornata aveva respinto più volte gli attacchi dei sabaudi pur avendo a disposizione la meta’ dei loro effettivi, ricevette verso sera l’ordine di ritirata dall’imperatore Francesco Giuseppe; il conflitto si concluse con l’armistizio franco-austriaco di Villafranca, firmato l’11 luglio 1859 senza nemmeno informare Cavour il quale, dopo una isterica sfuriata davanti al sovrano in cui dichiaro’ “Il vero Re sono io!”, si dimise; fu concordata la cessione della Lombardia alla Francia che la “girò” al Piemonte senza che ci fosse un plebiscito per verificare il consenso dei lombardi.

Il 10 novembre 1859 fu firmata la pace di Zurigo che non differiva sostanzialmente da quella di Villafranca e prevedeva la nascita di una confederazione italiana da discutere al Congresso Europeo di Parigi che si doveva tenere il 5 gennaio del 1860; questa proposta era stata fatta da Napoleone III il quale cominciava a sospettare che il Piemonte non si accontentasse più di fagocitare l’Italia settentrionale ma che volesse annettersi tutta la Penisola, al piccolo stato che, nei suoi disegni, sarebbe dovuto diventare un vassallo della Francia poteva subentrare un grande stato più difficilmente malleabile.

Per motivi opposti l’Inghilterra aveva interesse che si creasse uno stato italiano più grande in modo da limitare l’influenza francese su di esso, così , a dicembre, l’ambasciatore inglese a Torino, Sir James Hudson, a nome del suo governo, chiede all’aiutante di campo del re Vittorio Emanuele II di far nominare Cavour inviato ufficiale piemontese all’assise internazionale, il Conte ottenne immediatamente l’incarico ma questo congresso non si tenne e il 14 gennaio 1860 l’Inghilterra inviava una nota, che aveva il sapore di un ultimatum, alle cancellerie europee diffidando la Francia e l’Austria ad interferire ulteriormente nella questione italiana, ufficialmente in nome del principio di “non intervento”; era il via libera definitivo per l’espansione territoriale del governo sabaudo che si sentì coperto alle spalle dalla più forte superpotenza mondiale; il 24 giugno la regina Vittoria rimarcò gli intenti inglesi affermando in un discorso al Parlamento “Mi sforzerò di ottenere per i popoli d’Italia la libertà di decidere da loro stessi delle proprie sorti senza intervento straniero” [fatta esclusione per il suo, ovviamente]. Era il definitivo via libera per l’espansione territoriale dello Stato sabaudo, che ebbe le spalle coperte dalla più forte superpotenza mondiale. Cavour ritornò a capo del governo a fine gennaio del 1860 tenendo per sé, oltre alla carica di presidente del Consiglio quella di ministro della Marina (a maggio se ne chiarì il significato con la spedizione dei Mille e gli sbarchi successivi dei rinforzi piemontesi). Riallacciò i rapporti con Napoleone III e il 23 marzo cedette alla Francia la città di Nizza e la Savoia (regione d’origine della casata regnante), impegnandosi a rimborsare le spese di guerra francesi del 1859 per circa 50 milioni di franchi. Ricevette in cambio il consenso dell’imperatore all’annessione piemontese della Toscana, dei ducati padani e delle legazioni papali, territori nei quali, nella primavera del 1859, in coincidenza con la guerra francopiemontese-austriaca, erano avvenute delle “spontanee” insurrezioni unitarie che avevano provocato la fuga dei sovrani regnanti (il 27 aprile del Granduca di Toscana, il 9 giugno la duchessa di Parma, come pure il duca di Modena; tutti e tre si rifugiarono in dell’Austria). Mancavano solo le Due Sicilie a completare il quadro di sei stati, di tradizioni plurisecolari, che in complessivi venti mesi furono cancellati dalle carte politiche. La popolazione che li componeva assommava a 19 milioni di persone contro i 5 del Piemonte.

A fine gennaio, tramite l’ambasciatore Marchese di Villamarina, Cavour aveva fatto pervenire a Francesco II un messaggio di Vittorio Emanuele II: “La Casa Savoia non è mossa da fini ambiziosi o da brama di signoreggiare l’Italia (…) lungi dal volere e dal desiderare che sia turbato alla reale casa di Napoli il pacifico possesso degli Stati che le appartengono (…) non sarebbe migliore salvaguardia dell’indipendenza d’Italia che il buon accordo fra i due maggiori potentati di essa”, un’analoga proposta di alleanza venne reiterata in aprile senza ottenere risposta affermativa dal Francesco. Contemporaneamente però il Piemonte inviava emissari per prendere contatto con i rivoluzionari siciliani che stavano per insorgere di nuovo contro il governo di Napoli. Ad essi si prometteva l’appoggio piemontese per una futura autonomia dell’isola, pur se inserita nel costituendo regno d’Italia che sarebbe nato dopo la cacciata dei Borbone. Il 3 aprile, un mese prima che gli avvenimenti precipitassero, il fratello del defunto Ferdinando II, Leopoldo Borbone, Conte di Siracusa, sposato con Filiberta di Savoia (sorella di Vittorio Emanuele), inviava una lettera al nipote Francesco sollecitandolo ad intraprendere una politica adeguata ai tempi: “Il principio della nazionalità italiana, rimasto per secoli nel campo dell’idea, oggi è disceso vigorosamente in quello dell’azione. Sconoscere noi soli questo fatto sarebbe di una cecità delirante, quando vediamo in Europa altri aiutarlo potentemente, altri accettarlo, altri subirlo come suprema necessità dei tempi. Il Piemonte (…) facendosi iniziatore del novello principio (…) oggi usufrutta di questo politico concetto, e respinge le sue frontiere fino alla bassa valle del Po (…) la Francia (…) sarà sempre mai sollecita a crescer d’influenza in Italia (…) l’Inghilterra, che pure accettando lo sviluppo nazionale d’Italia, dee però contrapporsi all’influenza francese (…) nel Mediterraneo (…) l’Austria, dopo le sorti della guerra (…) sente ad ogni ora vacillare il mal fermo potere (…) né occorre che io qui dica a V.M. dell’interesse che le potenze settentrionali prendono in questo momento (…) giovando in fine più che avversando loro la creazione di un forte Stato nel cuore d’Europa, guarentigia contro possibili coalizioni occidentali. In tanto conflitto di politica influenza, qual è l’interesse vero del popolo di V.M. e di quello della sua dinastia? Sire! La Francia e l’Inghilterra, per neutralizzarsi a vicenda, riuscirebbero (…) da scuoter fortemente la quiete del paese ed i diritti del trono, l’Austria cui manca il potere di riafferrare la perdute preponderanza e che vorrebbe rendere solidale il governo di V.M. col suo, più dell’Inghilterra stessa e della Francia tornerebbe a noi fatale, avendo a fronte l’avversità nazionale, gli eserciti di Napoleone III e del Piemonte, la indifferenza britannica. Quale via dunque rimane a salvare il paese e la dinastia minacciata da così gravi pericoli? Una sola. La politica nazionale che riposando sopra i veri interessi dello Stato, porta naturalmente il Reame del Mezzogiorno a collegarsi con quello dell’Italia superiore (…) operandosi tra due parti del medesimo paese, egualmente libere ed indipendenti tra loro. Anteporremo noi alla politica nazionale uno sconsigliato isolamento municipale? (10)”. Queste parole (secondo alcuni profetiche, per altri dettate da opportunismo) rimasero al momento inascoltate. Del resto la famiglia Borbone non stava certo aiutando Francesco: durante l’agonia di Ferdinando, la matrigna Maria Teresa aveva complottato per escluderlo dalla successione. Gli zii tentavano di ingraziarsi il Piemonte in vista di un’improbabile successione al vacillante trono di Francesco. Il potere era nelle mani dell’anziano primo ministro Carlo Filangieri (responsabile della repressione militare dell’insurrezione siciliana del 1849), che abbandonerà il re al suo destino alle prime avvisaglie di pericolo. I Piemontesi fomentavano rivolte tramite agenti e circoli massonici, e prospettavano colloqui solo per salvare la facciata (quando Francesco aderirà alla proposta, i Piemontesi si ritireranno come avevano fatto nel 1847 per l’unione doganale, e getteranno la maschera, invadendo il Regno). Le sorti del regno erano dunque segnate da decenni di spinte rivoluzionarie, cui non aveva saputo contrapporre un’adeguata risposta intellettuale.

Note al capitolo 7:

(1) “occhio di cane e bocca di lupo”: sarcastica definizione coniata da Ferdinando II torna al testo

(2) (3) Roberto Martucci, ” L’invenzione dell’Italia unita “, Sansoni 1999 torna al testo

(4) Dalla lettera di Cavour a Rattazzi del 9 aprile 1856 [ Lettres dè Cavour à U.Rattazzi, Paris, 1862, p.247; riportata da Ò. Clery ” La Rivoluzione italiana “, Ares, 2000] torna al testo

(5) Antonio Pagano “Due Sicilie 1830/1880” Capone editore, 2002 torna al testo

(6) Giuseppe Coniglio, ” I Borboni di Napoli “, Corbaccio, 1999 torna al testo

(7) Giuseppe Campolieti, op. cit .torna al testo

(8) dal dispaccio dell’ambasciatore piemontese a Napoli diretto a Cavour il 30 gennaio 1860 (originale in francese) in “Carteggi di Cavour”, vol.1, pag. 12; riportato da Umberto Pontone in “Due Sicilie”, luglio 2003 torna al testo

(9) Paolo Mieli in “La Stampa”, domenica 9 luglio 2000, pag. 19 torna al testo

(9a) citato da Antonio Pagano, “Due Sicilie, 1830-1880”, Capone editore, 2002, pag.86 torna al testo

(10) riportata da Umberto Pontone in “Due Sicilie”, luglio-agosto 2003. torna al testo

Questa è una versione vecchia e incompleta. L’originale è liberamente scaricabile in edizione ampliata ed aggiornata da http://www.ilportaledelsud.org/rec-ressa.htm

Se il Sud fosse uno Stato indipendente,
sarebbe il più povero dell’Unione europea?

di Antonio Pagano


Questa affermazione è comparsa alla fine di agosto 2005 sulla rivista scientifica internazionale Plus Medicine da una indagine statistica effettuata da due ricercatori dell’Istituto Mario Negri di Milano, Rita Campi e Maurizio Bonati, i quali da anni raccolgono gli indici sulle condizioni socio-sanitarie di bambini e adolescenti.

Costoro hanno fatto risultare che vi è una enorme disuguaglianza tra Nord e Sud e, disaggregando i dati delle singole regioni, hanno tratto la conclusione che, se si considerasse il Sud come uno Stato indipendente all’interno dell’Unione Europea, sarebbe il più povero.

I dati da cui hanno tratto le loro conclusioni riguardano però solo la mortalità infantile, che risulta quattro volte superiore al resto d’Italia, e l’ospedalizzazione: “Oltre il 22% dei piccoli pazienti della Basilicata e del Molise, e oltre il 13% di quelli calabresi e abruzzesi deve ricorrere a ospedali del Centro-Nord.

Una vera e propria migrazione sanitaria”. L’affermazione, presentata poi con l’immagine suggestiva di un eventuale “Sud-Stato indipendente”, sembra voler accreditare ai meridionali una incapacità congenita di realizzare una sufficiente condizione socio-sanitaria. I dati esposti, invece, mostrano che lo Stato italiano – la Sanità è ancora di sua competenza e il Sud fa parte di questo Stato, almeno di nome – ha destinato al Sud meno risorse, come del resto fa con tutto, per soddisfare prima di tutto gli interessi dei gruppi finanziari del Nord.

L’idea di un Sud come Stato indipendente all’interno dell’Europa è, tuttavia, da prendere in considerazione in quanto è vero proprio il contrario: un Sud indipendente sarebbe ai primi posti in Europa. Come lo eravamo circa 145 anni fa. E vediamo perché.

Bisogna partire prima di tutto dalla definizione di Stato. Cos’è lo Stato? Al di là delle scolastiche definizioni giuridiche lo Stato altro non è che uno strumento usato per organizzare il popolo e il territorio su cui il popolo è stanziato. Lo Stato, inoltre, per poter funzionare, deve essere sovrano, non deve cioè, nelle sue scelte politiche e amministrative, dipendere né essere condizionato da altri.

Le persone che dirigono l’organizzazione dello Stato sono i politici che si qualificano in genere di “destra” o di “sinistra”, termini che però non hanno alcun significato reale. I politicanti fanno basare i movimenti politici su ideali seducenti, escogitati per catturare i consensi delle masse popolari facendo prospettare miti simbolici ben collaudati da secoli: patriottismo, nazionalismo, socialismo, lotta al terrorismo ecc., oppure, con l’inganno, promettendo vantaggi futuri (posti di lavoro, aumento del reddito, previdenza, ecc.), oppure instaurando un fiscalismo opprimente con la promessa di abbassarne i prelievi, oppure con la complicità di gruppi organizzati di elettori (lobby) che, in cambio del voto, ne ricavano vantaggi illeciti.

Strumento essenziale, per lo sviluppo del popolo e per far funzionare l’apparato statale, è il denaro. Il denaro, come si sa, è fatto con carta stampata e metallo coniato. Esso ha la funzione di permettere gli scambi commerciali e di retribuire il lavoro prestato. Attualmente è usato l’Euro che non ha alcun valore intrinseco. Il suo valore, infatti, non è basato su corrispondenti riserve di metallo pregiato o altro tipo di beni, ma semplicemente sul fatto che viene accettato e scambiato di comune accordo da tutti.

Naturalmente la quantità di Euro in circolazione deve essere in armonia con la situazione dell’economia e della produzione (PIL, cioè il Prodotto Interno Lordo) altrimenti ne scaturirebbe “inflazione” (l’eccessivo denaro in circolazione verrebbe svalutato e servirebbe più denaro per acquistare lo stesso prodotto) oppure “deflazione” (poco denaro in circolazione e relativa diminuzione dei prezzi, situazione che comporterebbe contrazione dell’economia e della produzione con conseguente disoccupazione).

Chi allora deve avere il compito di stampare e coniare denaro? Con tutta certezza non può essere che lo Stato che, come abbiamo visto, è lo strumento sovrano del popolo per organizzare la sua vita. Ovvio quindi che esso non possa essere prodotto direttamente dai cittadini: il denaro non avrebbe alcun valore perché la quantità immessa nel mercato sarebbe fuori controllo.

Il denaro è, dunque, il pilastro fondamentale per la vita di un popolo e del suo Stato. Lo Stato tra i suoi compiti deve anche prevedere la sorveglianza delle banche commerciali e di fissare periodicamente il tasso ufficiale di sconto (cioè il costo del denaro dato in prestito alle banche commerciali). Insomma, tutto e tutti dipendono dal denaro.

Eppure in Italia, dall’Unità fatta nel 1861, ad opera del “padre della patria” Cavour, lo Stato fu esautorato della sovranità di emettere denaro, con l’affido ad un ente privato la Banca Nazionale piemontese, cioè a quella che – attraverso vicende quasi sempre molto sporche, es. furto delle riserve in oro di dollari e sterline dei Banchi di Napoli e di Sicilia in epoca fascista – attualmente è la Banca d’Italia.

I proprietari della Banca d’Italia sono banche private (85%), assicurazioni (10%) e altri proprietari minori. In pratica la Banca d’Italia, creando dal nulla il denaro con la sola stampa e conio, lo “presta” poi allo Stato che, per svolgere le sue funzioni, resta assurdamente indebitato (Debito Pubblico) con un privato. Cosa che non avverrebbe se lo Stato, per suo sovrano diritto-dovere, il denaro se lo stampasse esso stesso e lo distribuisse ai cittadini che ne sono naturalmente i proprietari.

Un assurdo così enorme, così grande, che nessuno riesce a vederlo. Una truffa gigantesca ben congegnata: essa consente agli azionisti della Banca d’Italia di arricchirsi non solo con la “restituzione” del debito da parte dello Stato, ma anche di farsi pagare gli interessi (tasso di sconto) su denaro non suo. Solo che il denaro che torna indietro alla Banca è denaro vero perché è frutto del lavoro e dei sacrifici dei cittadini.

Ma ci sono anche altri che ci guadagnano da questa assurda situazione: quelli che amministrano lo Stato. I politici, che formano i governi e i vari apparati dello Stato, maneggiando l’enorme flusso di denaro che lo Stato preleva dai cittadini con imposte e tasse, si arricchiscono anche loro concedendosi stipendi favolosi per fare concessioni ai cittadini, per comprare voti, ecc., anche a scapito dell’efficienza economica e amministrativa dello Stato.

In proposito si può ricordare il governo di Aldo Moro che per istituire l’ENEL col pretesto di “dare la luce a tutti” comperò le azioni della S.I.P. (Società Idroelettrica Piemontese) per una somma pari a 100.000 miliardi di lire, un enorme esborso del tutto inutile perché le concessioni demaniali degli impianti idroelettrici stavano per scadere e, quindi, le azioni avrebbero a breve perso valore.

Quell’enorme cifra fu praticamente tolta per decenni allo sviluppo e alla costruzione di infrastrutture del Sud e servì a finanziare lo sviluppo tecnologico della S.I.P. che passò alla telefonia. Risultato di tale operazione: l’energia elettrica in Italia costa più che in tutti gli altri Stati europei. L’operazione fu una delle tipiche truffe del Nord, ma nessuna formazione politica è andata al fondo della faccenda: nessuno aveva interesse a sputare nel truogolo della gozzoviglia.

Il silenzio dei politici meridionali, in proposito, è stato tombale, come sempre. Addirittura essi ritengono che se il Sud diventasse indipendente non sarebbe in grado di sopravvivere e numerosi sono quelli che si affannano a difendere l’unità, il risorgimento e osannano il Garibaldi.

Eppure quando ho definito costui, in altri miei articoli, ladro, assassino e primo artefice del degrado meridionale, nessuno mi ha dimostrato il contrario. E c’è ancora qualcuno nel Sud che vuole intitolare a lui un teatro a Gallipoli. Sindrome di Stoccolma?

Una cosa è certa: con gente così davvero il Sud non andrà da nessuna parte. Insomma lo Stato viene usato come esattore da parte della Banca d’Italia con la connivenza dei politici, i quali usano anch’essi lo Stato come strumento per arricchirsi. Naturalmente non tutti i politici sono consapevoli e conniventi di quanto avviene, ma certamente costoro sono di una inammissibile e colpevole ignoranza.

Con questo sistema, essendo lo Stato privo di sovranità e usato come strumento truffaldino, non si può dire, dunque, che in Italia esista uno Stato vero, ma solo il suo simulacro. Da questa colossale truffa a danno del popolo, iniziata con i Savoja per “fare l’Italia unita” e continuata con la complicità di tutti i governi fino ad oggi, si può scientificamente affermare che la Banca d’Italia (oggi la BCE) è la vera detentrice del potere, perché essa, appropriatasi della facoltà di stampare denaro, tiene sottomesso il potere politico che “non vede e non sente” pur di stare ben avvinto alla sua greppia.

Basti, in proposito, ricordare il fatto che nessun politico si permise di “chiedere la testa” del Governatore della Banca d’Italia nel 1992, per aver costui fatto perdere allo Stato, cioè a tutti noi italiani, oltre settantamila miliardi per aver ritardato di due settimane la svalutazione della lira – svalutazione ormai certa di circa il 30% – a vantaggio di speculatori internazionali.

Eppure questo genio della finanza fu fatto Ministro dell’Economia (ma si era laureato in Lettere alla Scuola Normale di Pisa), Primo Ministro e Presidente della Repubblica. Naturalmente il tutto sempre ammantato del glorioso risorgimento, dell’unità della patria, dell’inno nazionale e dello sventolare di bandiere tricolori e giacobine. Che bello, che bello!

Con l’istituzione dell’Euro, la Banca d’Italia stampa ancora carta moneta, ma su concessione della Banca Centrale Europea con sede a Francoforte, anch’essa privata (azionisti sono i soci privati delle varie banche nazionali, anche dell’Inghilterra che, pur non essendo entrata nel sistema Euro, detiene tuttavia il 14% delle azioni, e, quindi, degli utili).

La concessione comporta ovviamente un elevato addebito non motivato. Contro il costo di stampa di 0,03 centesimi la BCE pretende 2,50 Euro ogni cento, ovviamente scaricati sullo Stato italiano, pagatore finale, cioè su tutti noi.

L’Unione Europea, è, in sostanza, una unione di banche senza un Governo supervisore. Uno Stato europeo, infatti, non esiste. Cosicché i governanti dei vari Paesi europei usano ora il loro Stato nazionale come esattore della Banca Centrale, la cui greppia è ben più abbondante di quella nazionale e con meno vincoli per l’assenza di un Governo centrale di tutela.

Tra l’altro la BCE consente continuamente di emettere più denaro del necessario (circa il 5% all’anno), cosicché questo surplus, innescando un processo inflattivo, fa diminuire il valore della moneta.

Questo ha l’effetto di una tassa indiretta per i popoli e arricchisce silenziosamente i soci della BCE perché i cittadini e le imprese, causa la forzata svalutazione strisciante, sono spinti a chiedere più denaro alle banche in un’infernale spirale senza fine.

Se la BCE non stampasse una quantità eccessiva di Euro non esisterebbe inflazione. L’inflazione è causata di proposito.

Fazio, rimasto attaccato alle concezioni “nazionali” della Banca d’Italia ancorate al periodo della Lira, è stato allontanato perché dava fastidio: “non aveva capito” che era passato il tempo di fare gli “interessi” nazionali, bisognava ora fare quelli “europei”.

Una truffa talmente enorme che si fa fatica a vederne i contorni. Il popolo infatti non se ne accorge, anche perché nessun politico ne parla. Se ne guardano bene. Costoro, interessati a mantenere questo sistema truffaldino, mentono nei pubblici dibattiti in modo spudorato: così la gente crede e si adatta alla situazione ritenendola reale e legittima.

Da tutti si ritiene, infatti, giusto pagare il debito pubblico e che partecipare alle elezioni sia doveroso per poter scegliere al meglio i politici e i partiti onde “essere meglio amministrati per lo sviluppo della vita nazionale”.

Nessun programma televisivo è più seguito di quelli in cui c’è un dibattito politico: ma gli spettatori non si rendono conto che è solo una messa in scena (magari anche “combinata” tra gli opposti schieramenti). Un ben collaudato meccanismo psicologico, il cosiddetto “teatrino della politica”, che cattura le passioni e il consenso popolare col risultato di nascondere l’enorme truffa dietro celata.

I popoli europei sono ormai ridotti a semplice gregge, particolarmente quelli del Sud-Italia, da tosare il più possibile per far arricchire i gruppi finanziari che dominano i governi.

Questi, servi delle banche, aumentano tasse e tributi con l’ingannevole pretesto dell’inflazione. Invece è vero esattamente il contrario: l’aumento dei balzelli serve solo a produrre deflazione (cioè a far diminuire la quantità di denaro circolante che causa l’aumento dei costi). Così gli imprenditori sono costretti a chiedere denaro in prestito alle banche, che si arricchiscono ancora di più, mentre aumentano fallimenti e povertà.

Per questo, il cosiddetto Debito Pubblico non verrà mai cancellato. È un collaudato meccanismo che fa guadagnare la BCE e i politici (Destra, Sinistra o Centro non fa alcuna differenza: sono tutti d’accordo).

Prima che arrivassero i “liberatori” piemonteso-savojardi il Regno delle Due Sicilie aveva una economia del tutto diversa. Il denaro veniva stampato (fedi di credito) e coniato direttamente dallo Stato. Non esisteva un “Debito Pubblico” inquinato dal pagamento di tasse a favore di una Banca privata.

Il Banco delle Due Sicilie era una banca di Stato e il suo “Debito Pubblico” era fisiologico, dovuto in genere alle pochissime tasse che servivano solo a pagare i servizi che lo Stato effettivamente forniva al popolo. Il Regno delle Due Sicilie era la terza potenza economica in Europa, situazione resa visibile dall’elevata rendita sulla piazza di Parigi.

Il sistema attuale è dunque così organizzato: a) lo Stato italiano è privo di sovranità (tra l’altro è anche occupato da truppe straniere) ed è usato per soddisfare gli interessi dei gruppi finanziari italiani e stranieri; b) le lobby italiane, tutte del Centro-Nord, sfruttano il Sud come una colonia interna in cui vendere i loro prodotti e servizi.

Ovviamente esse impediscono qualsiasi sviluppo che potrebbe rivelarsi pericoloso concorrente del Nord, ad esempio fottersi a qualunque prezzo la Banca del Salento, rea di aver avuto l’audacia di aprire due sportelli in due zone centralissime di Milano, uno in Stazione Centrale, l’altro in piazza Diaz a due passi dal Duomo.

Da ricordare anche la compagnia S. Paolo che, sfruttando il nome del Banco di Napoli, succhia i risparmi del Sud per versarli a Torino con la vergognosa complicità della classe dirigente e politica meridionale. Bisognerebbe impedirle almeno di usare il nome Banco di Napoli! Ma tanto è inutile: ci fotterebbero comunque con l’istituzione della Banca del Sud.

Carpendo la “buona fede” del principe Carlo di Borbone, lo hanno messo a simbolo di questa Banca per attirare i babbioni terroni. Quello che sorprende sempre (e sgomenta) è il vedere con quanta facilità questi polentoni ci fanno fessi come vogliono e senza neanche nasconderlo più di tanto. Vedrete quanti coglioni adopereranno questa Banca del Sud (o del Mezzogiorno)!

È intuitivo comprendere, dunque, che, se il Sud tornasse indipendente, basterebbe il solo fatto di liberarsi dei parassiti nordisti e stampare in proprio armoniosamente il denaro che serve per avere un immediato sviluppo sociale ed economico, come avveniva prima di questa stramaledetta e truffaldina “unità d’Italia”.

Un esempio classico in proposito è rappresentato dalle colonie della Nuova Inghilterra in Nord America: i coloni nel XVII secolo emisero direttamente una propria moneta, chiudendo per sempre con la Banca d’Inghilterra. Si ebbe immediatamente uno sviluppo prodigioso, ma quando il preoccupato Parlamento inglese impose nel 1763 l’obbligo di usare per le transazioni commerciali solo la moneta inglese stampata dalla privata Bank of England, gravata da interessi, vi fu subito recessione e migliaia di disoccupati.

Fu per tal motivo che scoppiò la guerra d’indipendenza americana e nacquero gli Stati Uniti. In seguito, però, anche nel nuovo Stato le banche, con subdole manovre, ripresero il loro predominio “prestando” denaro allo Stato. Vi furono tre Presidenti che cercarono di contrastarle ripristinando il denaro come proprietà dello Stato, ma furono tutti e tre assassinati:

Abraham Lincoln (nel 1865), per aver fatto stampare dollari di Stato (Greenbacks); James A. Garfield (1913), per aver denunciato il dominio dei banchieri sulla Federazione; John F. Kennedy (1963), per aver emesso banconote di Stato, subito ritirate dopo la sua morte.

Altro esempio dei nostri giorni è la Cina che sta superando impetuosamente le economie mondiali. Il motivo consiste proprio in questo: la Cina ha una Banca di Stato e non una Banca Centrale privata!

La Cina stampa direttamente il denaro che le serve e non lo chiede in prestito a nessuna banca privata! Non è affatto vero, come ci vogliono far credere, che il lavoro cinese costi poco perché gli operai mangiano un pugno di riso: la Cina si è sviluppata e continua a svilupparsi a ritmi impensabili perché non le gravano addosso i parassiti che le succhiano il sangue, come quelli che affliggono il nostro Sud.

Se, dunque, riuscissimo ad avere un nostro Stato, stampando noi il denaro che serve, noi avremmo sostanziali benefici in ogni campo. Potremmo costruire le infrastrutture che ci hanno sempre negato col pretesto assurdo che mancano i capitali (è come dire che non si possono fare strade perché mancano i chilometri). Potremmo produrre a basso costo in competizione con tutto il mondo. Potremmo avere un sistema sanitario tra i più avanzati.

Potremmo avere la piena occupazione senza dover più emigrare. Infatti, il denaro emesso direttamente dal nostro Stato, cioè dal popolo, non gravato da interessi passivi, potrebbe essere utilizzato senza ostacoli e stimolerebbe la produzione e conseguentemente l’occupazione. Inoltre, cosa importantissima, non si avrebbe né inflazione, né deflazione. Lo dimostra il ducato duosiciliano che non aveva mai perso di valore nei 126 anni di Regno borbonico.

Antonio Pagano

Da: http://www.eleaml.org/sud/part_nuovi/sud_indipendente.html

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